Fatti inventati e accuse infondate per colpire il sottosegretario: la Procura di Roma trascina in tribunale sette persone, tra giornalisti e falsi testimoni, smascherando il “metodo del fango mediatico” come definito all’epoca da Salvini
ROMA – Il tempo, in ambito giudiziario come nella vita pubblica, agisce spesso come un setaccio capace di separare la polvere dei clamori mediatici dalla grana solida della verità processuale.
Per Claudio Durigon, sottosegretario al Ministero dell’Economia e delle Finanze (MEF) ed esponente di spicco della Lega, quel tempo ha impiegato cinque anni per restituire un verdetto che ribalta completamente la narrazione che nel 2021 lo aveva trascinato al centro di una tempesta politica senza precedenti.
La Procura della Repubblica di Roma, attraverso il decreto di citazione diretta a giudizio firmato dalla dottoressa Maria Caterina Sgrò, ha infatti stabilito che l’inchiesta denominata “Follow the Money“, pubblicata dal quotidiano online Fanpage.it, non fu un atto di legittimo diritto di cronaca, bensì una colossale operazione diffamatoria basata su fatti “totalmente infondati e falsi“.
Il crollo di un castello di carta: le origini dell’inchiesta
Per comprendere la portata di questo rinvio a giudizio, è necessario tornare alla primavera del 2021. In quel periodo, Fanpage lanciò una serie di video-reportage a firma del team “Backstair“, puntando il dito contro i vertici del sindacato UGL e il loro legame con la Lega di Matteo Salvini. Il protagonista assoluto era Claudio Durigon, accusato di aver trasformato il sindacato in una sorta di “bancomat” e serbatoio di voti per il partito, gestendo le tessere e le finanze in modo opaco.
L’inchiesta riscosse un successo mediatico enorme, alimentato da telecamere nascoste e testimonianze di ex dipendenti dell’UGL che dipingevano un quadro inquietante.
Tra le accuse più pesanti c’era quella di aver “gonfiato” il numero degli iscritti al sindacato per garantire a Durigon il peso politico necessario alla sua ascesa nel Carroccio.
Si parlava di un “sultanato” in cui il potere sulle spese era assoluto e privo di controlli.
La Procura di Roma ha smontato pezzo dopo pezzo questa costruzione. Secondo il Pubblico Ministero, i fatti riportati nel video “Il caso Durigon: il primo episodio dell’inchiesta Follow the money” sono “non rispondenti al vero“.
In particolare, è emerso che non vi era alcun rapporto non trasparente tra Lega e sindacato e che la gestione della cassa e del numero degli iscritti non era affatto manipolata da Durigon per scopi elettorali.
Le accuse di collusione criminale: la menzogna più grave
Forse l’aspetto più infamante dell’inchiesta di Fanpage riguardava i presunti “rapporti pericolosi” di Durigon nella sua Latina. Un articolo firmato da Marco Billeci titolava in modo inequivocabile: “Prestanome dei clan, criminali e faccendieri: i rapporti pericolosi di Durigon a Latina“.
Nel testo si suggeriva che il politico avesse beneficiato del sostegno di figure vicine a clan rom e personaggi coinvolti in indagini della Direzione Distrettuale Antimafia (DDA), come Marcantonio Di Simone e Luciano Iannotta.
Le indagini della Procura hanno invece accertato che questa ricostruzione era “totalmente falsa” e che aveva preso spunto da dichiarazioni che non hanno mai avuto alcun tipo di riscontro.
Non sono stati dunque trovati riscontri alle mazzette da cinquemila euro citate da presunti pentiti dati ad Andrea Fanti per una precedente campagna elettorale della Lega (comunali di Latina del 2016), né alla suggestiva tesi secondo cui Durigon avrebbe utilizzato mediatori criminali per la sua campagna elettorale.
Non sono emersi legami tra le persone citate ma tirate in ballo, probabilmente, per il clamore mediatico di un’inchiesta parallela che in quei giorni stava catturando l’attenzione mediatica a Latina e dintorni.
Si trattava, secondo il capo d’imputazione, di una narrazione suggestiva volta esclusivamente a ledere la reputazione del sottosegretario.
I sette imputati e il ruolo del direttore
Il decreto di citazione a giudizio non colpisce solo gli autori materiali dei servizi, ma un intero sistema redazionale e le fonti che hanno alimentato la calunnia. Tra i sette imputati che dovranno comparire davanti alla giudice Elisabetta Mazza, presso il Tribunale di Roma, il prossimo 30 maggio 2026 nell’aula 14 di Piazzale Clodio, figurano:
I giornalisti e autori: Carla Falzone, Marco Corrado Billeci e Sacha Biazzo.
Il collaboratore: Adriano Biondi.
Gli intervistati (ex sindacalisti UGL): Giancarlo Favoccia e Maria Rosaria Sellitti, le cui dichiarazioni sono state ritenute mendaci e strumentali.
Il Direttore responsabile: Francesco Piccinini, accusato di omesso controllo (art. 57 c.p.) per non aver impedito la pubblicazione di contenuti così pesantemente lesivi.
Proprio le testimonianze di Favoccia e Sellitti sono state il perno su cui Fanpage ha costruito lo scandalo. Favoccia, nell’intervista ora agli atti, affermava: “L’UGL è gestito da Capone e Durigon come fosse un sultanato… la cassa la gestiva lui! Durigon“.
Aggiungeva inoltre di essere stato espulso per aver chiesto trasparenza sui soldi dei lavoratori.
La Procura ha però accertato che le espulsioni dei due sindacalisti non erano affatto collegate a richieste di chiarimenti economici, smascherando quello che appare come un tentativo di ritorsione personale trasformato in “inchiesta giornalistica“.
L’uso strumentale degli uffici e il “caso Salvini”
Un altro pilastro dell’inchiesta “Follow the Money” era l’insinuazione che il team social di Matteo Salvini avesse occupato abusivamente uffici dell’UGL a Roma, senza contratti di subaffitto, come “regalo” di Durigon in cambio di nomine politiche.
Anche questo punto è stato smentito dalle indagini: i rapporti logistici e amministrativi tra le strutture coinvolte sono risultati regolari, privi di quelle zone d’ombra che il giornale online aveva cercato di proiettare per suggerire un patto di potere occulto.
La Giustizia arriva, ma con i suoi tempi
Il rinvio a giudizio degli autori di Fanpage segna un punto di svolta fondamentale. All’epoca dei fatti, l’eco mediatica fu tale da influenzare pesantemente il dibattito politico, portando Durigon a subire un linciaggio pubblico culminato con le dimissioni da sottosegretario (sebbene formalmente legate a un’altra polemica riguardante il nome di un parco a Latina, il clima di sospetto generato da Fanpage rese la sua posizione insostenibile).
Oggi, con Claudio Durigon indicato formalmente come “persona offesa“, emerge una verità diversa: quella di un uomo politico vittima di un attacco concentrico basato su fake news ben confezionate.
Il Pubblico Ministero sottolinea l’aggravante di aver attribuito “fatti determinati” (e falsi) tramite il mezzo della stampa, una condotta che aggrava la responsabilità degli imputati data la potenza di fuoco di una testata con milioni di lettori.
“Si ricorda che il procedimento pende nella fase del giudizio e che, in ossequio al principio costituzionale di presunzione di innocenza, la responsabilità penale delle persone citate sarà accertata solo all’esito di una sentenza di condanna definitiva.”

