Alessandro Noferini, malato e in una roulotte: questa sera su Fuori dal Coro la vergogna di Tarquinia

La storia denunciata da Etrurianews arriva in prima serata su Rete 4. Un italiano gravemente malato, abbandonato dalle istituzioni, costretto a sopravvivere in campagna senza acqua né servizi igienici

TARQUINIA – Questa sera, in prima serata su Rete 4, la storia di Alessandro Noferini varcherà i confini di Tarquinia e di tutta la Tuscia per diventare un caso nazionale.

Mario Giordano, padrone di casa di Fuori dal Coro, il programma che da anni si occupa di storie dimenticate e ingiustizie che i potenti vorrebbero tenere nell’ombra, ha deciso di portare davanti a milioni di italiani il dramma di un uomo che, dopo aver combattuto il Covid con tutta la forza che gli restava, si ritrova solo, malato e abbandonato in una roulotte in mezzo alla campagna tarquiniese, nella frazione della Farnesiana.

Tarquinia – Malato grave costretto a vivere in roulotte: da tre anni attende una casa popolare (FOTO E VIDEO)

È stato il Blog Etrurianews a rompere per primo il muro del silenzio, pubblicando nei giorni scorsi un articolo dettagliato e doloroso sulla condizione di Alessandro. Un pezzo che ha scosso le coscienze di chi lo ha letto, che ha fatto il giro dei social, che ha generato sdegno e incredulità.

Come è possibile, si sono chiesti in tanti, che nel 2024 un cittadino italiano, gravemente malato, ridotto a vivere senza acqua corrente né un bagno degno di questo nome, non riesca a ottenere una casa popolare dal Comune in cui risiede?

Come è possibile che le istituzioni locali — pur con le dovute attenuanti burocratiche — non trovino il modo di risolvere una situazione che grida vendetta?

A quella domanda, questa sera, proverà a rispondere Mario Giordano. E la risposta, temiamo, sarà scomoda per molti.

CHI È ALESSANDRO NOFERINI E COSA GLI È SUCCESSO

 

Alessandro Noferini è un uomo come tanti. O meglio, lo era. Poi è arrivato il Covid, e la sua vita è cambiata per sempre.

Nel 2020, in piena pandemia, Alessandro viene colpito dal virus. Un decorso durissimo, che lo porta sull’orlo della morte. “Stavo morendo“, racconta lui stesso con una lucidità che spezza il cuore, “ma, grazie a Dio, sono sopravvissuto“.

La malattia, però, non lo ha lasciato andare senza un prezzo altissimo: danni polmonari permanenti e devastanti. Alessandro oggi vive con mezzo polmone funzionante. È in ossigenoterapia ventiquattro ore su ventiquattro. Non è un’iperbole, non è un modo di dire: è la sua realtà quotidiana, ogni minuto di ogni giorno.

E pensare che Alessandro i vaccini li aveva fatti. Tutti. Cinque in totale, nella speranza — legittima, ragionevole, condivisa da milioni di italiani — che potessero proteggerlo. Non è andata così. Il virus è passato lo stesso, e con esso ha portato via la sua salute, il suo equilibrio fisico, la sua vita normale.

Alle conseguenze polmonari si sono aggiunte una fibrillazione cardiaca permanente e una cardiopatia dilatativa al terzo stadio — il quarto, ci tiene a precisare Alessandro con quella sua amarezza ironica, è il trapianto. Venti pasticche al giorno. Tre o quattro crisi respiratorie per notte. Una notte sì e una no il pronto soccorso, per farsi defibrillare o ricevere un’iniezione di adrenalina. Il diabete fuori controllo. La pressione alle stelle. “L’aspettativa di vita”, dice lui, “è un terno al lotto“.

LA ROULOTTE ALLA FARNESIANA: UNA VITA AI MARGINI

In queste condizioni di salute, Alessandro Noferini vive in una roulotte. Non una sistemazione temporanea di qualche settimana, non una soluzione ponte in attesa di qualcosa di meglio già programmato: sono tre anni che Alessandro aspetta una casa popolare che non arriva. Tre anni di freddo invernale, di docce esterne arrangiate con un soffione attaccato a un lavandino in muratura, di bagni impossibili senza l’aiuto di un amico, di notti in cui l’aria non basta e l’ospedale è lontano.

La roulotte è stata un regalo di un amico. Un atto di generosità enorme, ma che non può e non deve sostituire il dovere delle istituzioni. Alessandro ci ha fatto persino il “cappotto” — ride lui, con quella forza che solo chi ha guardato in faccia la morte sa tirare fuori — grazie all’agevolazione del Superbonus 110%, con un rivestimento costruito da un altro amico che gli garantisce un po’ di calore. Ma il freddo si sente lo stesso. E quando le temperature scendono e la doccia esterna diventa impraticabile, Alessandro è costretto a recarsi in un convento di frati per lavarsi.

Un italiano. Nel 2024. Che va dai frati a fare la doccia perché il Comune non riesce a dargli una casa.

L’ATER, IL COMUNE E IL SINDACO SPOSETTI: LE SCUSE CHE NON REGGONO

La questione casa, a Tarquinia, ha una storia precisa. Alessandro è inserito nella graduatoria per gli alloggi popolari, ma si trova al quinto posto, scavalcato da famiglie numerose che hanno maggiori punteggi. Fin qui, la burocrazia è burocrazia e può essere compresa, per quanto dolorosa.

Quello che non si comprende — e che questa sera Fuori dal Coro racconterà all’Italia — è che l’ATER di Viterbo ha recentemente consegnato al Comune di Tarquinia quattro nuovi appartamenti. Quattro alloggi nuovi, disponibili, assegnabili. Ma il sindaco Francesco Sposetti ha fatto sapere che questi appartamenti non possono essere utilizzati per Alessandro perché sarebbero di “ampia metratura” e lui è solo. Un uomo solo non può stare in un appartamento grande.

Questa è la spiegazione ufficiale. Quattro appartamenti nuovi, un uomo che vive in una roulotte senza acqua corrente né servizi igienici, e la soluzione non si trova perché i metri quadri sono troppi.

Vale la pena ricordare, a questo punto, che la stessa amministrazione comunale guidata dal sindaco Sposetti, di fronte al crollo del muro di contenimento di un condominio, ha trovato — e in tempi rapidi — sia i fondi necessari che le “alchimie amministrative” per intervenire. Quando c’è volontà politica, le soluzioni si trovano. Quando non c’è, si trovano le scuse.

I servizi sociali del Comune, va detto per onestà, si sono dimostrati presenti e disponibili: Alessandro stesso li ringrazia, riconosce il loro impegno e la loro umanità. Ma i servizi sociali non possono sostituirsi alla volontà politica. Non possono assegnare una casa. Non possono fare quello che spetta al sindaco e alla sua giunta.

UNA VERGOGNA CHIAMATA “CAPITALE DELLA CULTURA”

C’è un’ulteriore beffa in questa storia, e ha il sapore amaro dell’ironia più crudele. Tarquinia si è candidata — e ha ottenuto il riconoscimento (seppur ultima classificata)— come Capitale Italiana della Cultura 2028. Un traguardo celebrato (invece che nascondersi) con fanfare, comunicati stampa trionfali, orgoglio municipale. Soldi spesi, energie investite, immagine curata (si fa per dire). A tal proposito l’opposizione ancora non ha chiesto il resoconto dei soldi spesi per questo naufragio culturale. Sarebbe ora che qualcuno ne chieda conto.

Mentre Alessandro Noferini sopravvive in una roulotte alla Farnesiana.

Qualcuno, con un cinismo che però contiene una verità scomoda, ha già fatto notare la disparità: se Alessandro fosse un immigrato irregolare, avrebbe già un tetto, un letto, un bagno, pasti caldi e assistenza. Lo Stato italiano — e i Comuni — trovano sempre il modo di accogliere chi arriva da fuori. Per chi è nato qui, per chi è cresciuto qui, per chi ha pagato tasse e contributi qui, le graduatorie sono lunghe, le metrature sono sbagliate, i fondi non ci sono.

Purtroppo Alessandro è italiano. E questo, nell’Italia del 2026, sembra essere diventato uno svantaggio.

STASERA SU FUORI DAL CORO: IL CASO DIVENTA NAZIONALE

Mario Giordano ha fiutato la storia. Ha capito che dietro la denuncia di Etrurianews c’era qualcosa di più grande di una vicenda locale: c’era lo specchio di un paese che dimentica i suoi ultimi, che celebra la cultura mentre lascia morire di freddo chi non ha voce.

Questa sera, migliaia di italiani conosceranno Alessandro Noferini. Conosceranno e vedranno la sua roulotte, il suo ossigeno, le sue venti pasticche al giorno, le sue notti al pronto soccorso. E conosceranno anche il nome di chi avrebbe potuto — e dovuto — fare qualcosa: il sindaco Francesco Sposetti.

La speranza è che la luce dei riflettori nazionali faccia quello che i mesi di attesa, le pratiche burocratiche e gli appelli locali non sono riusciti a fare: costringere chi ha il potere di agire a farlo, finalmente, senza ulteriori indugi.

Alessandro non chiede molto. Chiede una casa piccola, al piano terra, vicino all’ospedale. Chiede acqua corrente. Chiede un bagno. Chiede di poter vivere con dignità quel tempo che gli rimane, qualunque esso sia.

Non sembra una richiesta irragionevole.

Appuntamento questa sera con Fuori dal Coro, su Rete 4.