Latina – Dirty Glass: se la Giustizia si trasforma in un castello di sabbia (e di dossier)

Contro Iannotta un testimone (vittima) che di professione, per sua stessa ammissione, era quella di prestanome per lo studio di Paolo Fontenova. L’udienza di ieri si è conclusa con le durissime accuse di Iannotta contro il “sistema”: “Ripristinate la legalità in quest’aula”

LATINA – Benvenuti nel teatro dell’assurdo, dove il copione viene scritto nelle stanze oscure del dossieraggio e recitato, con qualche inciampo di troppo, nelle aule del Tribunale di Latina.

L’ultima udienza del processo “Dirty Glass” non è stata solo una tappa giudiziaria; è stata una collisione frontale tra una narrazione accusatoria che fa acqua da tutte le parti e la realtà nuda, cruda e documentata di chi, solo contro tutti, ha deciso di non fare un passo indietro.

Il terzo collegio (La Rosa-Mongillo-Ciccone) ha assistito ieri a uno spettacolo che definire “tragicomico” è un eufemismo.

Al centro della scena, il testimone “chiave” della DDA, Vincenzo Cosentino (nella foto d’archivio). Sulla carta: la vittima. Nella realtà emersa dal controesame: un funambolo del prestanome, un professionista delle “teste di legno” che ha collezionato condanne per bancarotta e contraddizioni a raffica, protetto da un paracadute istituzionale che lascia sbigottiti.

SENTENZA COSENTINO 02.03.2021

La “vittima” che non ricorda le proprie bugie

Il processo ruota attorno a una presunta estorsione da 84mila euro che Luciano Iannotta, l’imprenditore di Sonnino, avrebbe ordinato ai danni di Cosentino. Ma già dalle prime battute l’atmosfera si fa elettrica. L’avvocato difensore di Iannotta, Mario Antinucci, alza il velo sulla caratura del testimone: Cosentino ha patteggiato per bancarotta, sconta condanne e sarebbe indagato in procedimenti connessi. Eppure, il Tribunale rigetta l’eccezione e la richiesta sul “testimone assistito” come prevede l’articolo 197 Bis del codice di procedura penale: per la Corte, Cosentino è “prevalentemente persona offesa”. Un privilegio che gli permette di testimoniare con una libertà creativa degna di un romanziere ma una forzatura legislativa che in Cassazione sarebbe minimo censurata.

Durante il lunghissimo controesame, che ha visto il debutto nel collegio di difesa di Iannotta anche dell’avvocato Franco Orlando, la maschera  di “Enzo” cade. Si scopre che il “lavoro”, la vera professione di Cosentino era quello di prestanome h24 per conto di Paolo Fontenova. Un amministratore “a pagamento”, pronto a metterci la firma (e la faccia) dove serviva. Le sue parole in aula sono un festival della smentita. Si contraddice, balbetta, si rifugia in “non ricordo” che sanno di fuga disperata.

Ed è qui che accade l’incredibile: il pubblico ministero della DDA, Francesco Gualtieri, entra ripetutamente “in soccorso” del testimone. Ogni volta che Cosentino finisce all’angolo, pressato dalle domande della difesa che ne smontano la credibilità pezzo dopo pezzo, arriva il salvagente della Procura. Viene da chiedersi: in questo processo, la ricerca della verità è un obiettivo comune o un fastidioso ostacolo alla tenuta di un impianto accusatorio già traballante?

Iannotta: l’imputato che non scappa e “canta” la verità

Mentre Cosentino affogava nelle sue stesse bugie, nell’ombra dell’aula sedeva lui: Luciano Iannotta. Presente a ogni udienza, a differenza di chi lo accusa, l’imprenditore di Sonnino ha atteso la fine per scagliare i suoi dardi. E non erano parole al vento, ma carta che canta.

7-3 SIT COSENTINO SOLDI A LONDRA blerato

Iannotta ha depositato contratti di collaborazione registrati con la Ferrocem, fatture, documenti contabili. Pezzi di carta che pesano come macigni e che dimostrano come il racconto di Cosentino sia un castello di menzogne incallite. Ma Iannotta non si è fermato alla contabilità. Ha alzato il tiro, colpendo il cuore pulsante di un sistema che sembra averlo eletto a bersaglio predestinato.

IANNOTTA LUCIANO 335 PERUGIA

Con una lucidità che ha gelato l’aula (anche se la tensione era talmente forte che ha rischiato l’infato), ha chiesto spiegazioni su un paradosso insostenibile: perché le sue denunce, dove figura come parte offesa, sono ferme da anni nei cassetti di varie Procure?

Perché non ci sono indagati (i famosi Mod. 21) nonostante i rei confessi, come Riccardo Agostino, abbiano ammesso di aver estorto proprio lui?

Il silenzio della DDA di Roma su questi atti, trasmessi dalla stessa Corte di Latina, è un buco nero che inghiotte la credibilità della giustizia. Iannotta ha denunciato il negato diritto alla difesa, l’impossibilità di accedere a documenti vitali per dimostrare che il suo “impero” non era un covo malavitoso, ma il frutto di un lavoro che oggi è stato annientato da una confisca record da 50 milioni di euro.

L’ombra del “metodo Striano” e il dossieraggio di Stato

Ma la vera “bomba” che trasforma il caso Iannotta da cronaca locale a scandalo nazionale è il legame con l’inchiesta di Perugia sul dossieraggio. Mentre i media si eccitano per i politici “spiati”, sotto il pelo dell’acqua emerge il massacro degli imprenditori.

Iannotta è l’esempio plastico del “Metodo Striano”. Le carte del nuovo 415-bis della Procura di Roma parlano chiaro: tra marzo e agosto 2021, l’ex tenente delle Fiamme Gialle Pasquale Striano effettuava accessi abusivi massicci sui file riservati di Iannotta. Scaricava documenti, profilava l’uomo, frugava nelle SOS (Segnalazioni Operazioni Sospette).

La coincidenza temporale è da brividi:

Agosto 2021: Striano finisce di “scaricare” il dossier Iannotta.

Ottobre 2021: Appena due mesi dopo, la Procura di Roma deposita la proposta di sequestro preventivo basata sulle informative della Squadra Mobile di Latina.

Chi ha commissionato quel dossier? A chi servivano quelle informazioni estratte abusivamente dal cuore della DNA? È possibile che il sequestro di un intero patrimonio sia stato “indirizzato” da un’attività di intelligence deviata? A Perugia, la PM Mara Pucci sta scavando in un fascicolo (il 10480/2025) che ipotizza omissioni e occultamenti di atti giudiziari da parte di magistrati e togati. Atti che avrebbero potuto salvare Iannotta e che invece sono stati sepolti.

L’oltraggio della verità

Quando Iannotta, in aula, ha invocato a gran voce il ripristino della legalità, accusando il sistema di avergli negato le prove della sua innocenza, il Presidente del collegio ha reagito trasmettendo gli atti in Procura per frasi ritenute “oltraggiose”.

È l’ultimo paradosso: in un processo dove un testimone mente spudoratamente e un sistema di dossieraggio illegale ha inquinato le fonti, l’unica cosa che viene considerata “oltraggiosa” è la voce dell’imputato che chiede giustizia. Iannotta è un uomo solo contro un apparato che ha usato le SOS come clave e i database dello Stato come armi improprie.

Nonostante le misure di sicurezza che lo stringono da anni — pur senza pericolo di fuga o di inquinamento delle prove (visto che, come ha ironizzato lui, alle prove ci hanno già pensato altri ad “occultarle”) — Iannotta resta lì. Non scappa. Si difende nel processo e dal processo.

 

La verità di “Dirty Glass” sta iniziando a brillare di una luce sinistra. Non è più solo la storia di una presunta estorsione in una ditta di prefabbricati; è lo specchio di una giustizia “dossierata”, dove il confine tra chi deve proteggere la legge e chi la usa per distruggere vite umane si è fatto spaventosamente sottile.

Se l’intero impianto accusatorio contro Iannotta poggia sulle sabbie mobili del dossieraggio e sulle bugie di prestanome di professione, il crollo non sarà solo di questo processo, ma dell’intera credibilità istituzionale del territorio pontino. Iannotta ha avuto il coraggio di dire quello che tutti pensano: “questa non è giustizia, è un’esecuzione programmata”. E ora, dopo le urla in aula e le carte di Perugia, nessuno potrà più dire di non sapere.