A Viterbo abbiamo il nostro ‘Bosco Verticale’ a chilometro zero, ma invece di un grattacielo moderno, cresce sulle mura di mille anni fa… minacciandole
VITERBO – Chi l’ha detto che per ammirare un celebre “Bosco Verticale” sia necessario prendere un treno per Milano e contemplare l’opera dell’architetto Stefano Boeri? A Viterbo ne abbiamo uno tutto nostro, a chilometro zero, radicato su una struttura che di anni non ne ha appena una decina, ma sfiora il millennio. Basta fermarsi su Viale Capocci, a ridosso di Porta Romana e di fronte all’Istituto Tecnico Paolo Savi, per assistere a uno spettacolo al limite del paradosso: le storiche mura civiche, nel loro tratto in assoluto più antico (risalente all’XI secolo, 1095 ca.), trasformate in una lussureggiante e incontrollata parete verde.
Basta un’occhiata – e la prospettiva di un cittadino seduto sulla panchina in pietra alla base delle mura rende perfettamente la scala di questa imponente architettura – per cogliere lo stridente contrasto tra la maestosità dei grandi blocchi incastrati di peperino e l’incuria imperante.
Un’illuminazione che esalta… i rovi
Lo spettacolo lascia regolarmente sbalorditi turisti e viterbesi in coda nel traffico. Di recente, questa amministrazione ha meritoriamente installato un sistema di illuminazione a terra con faretti a LED, studiato ad hoc per esaltare i chiaroscuri e la suggestiva silhouette delle pietre secolari. Peccato che, calato il sole, i fasci di luce dal basso non facciano altro che proiettare le ombre drammatiche di parietarie, erbacce e arbusti che ormai pendono copiosi verso la strada, trasformando un pregevole intervento di valorizzazione in un riflettore tragicomico puntato sull’abbandono.
Oltre l’estetica: il rischio per la tenuta
L’ironia, purtroppo, deve lasciare rapidamente spazio a una preoccupazione molto concreta. Osservando il muro, si nota chiaramente come la fitta vegetazione stia colonizzando e allargando proprio le fughe e le commessure tra i blocchi millenari. Il problema non è puramente visivo, ma profondamente strutturale: le radici operano una lenta ma inesorabile disgregazione biomeccanica della pietra. Si tratta di un bene storico inestimabile che rischia di vedere compromessa la propria stabilità per colpa di una natura lasciata colpevolmente a sé stessa.
Di chi è la responsabilità? Le finestrelle e le normative
Alzando gli occhi, lo sguardo cade inevitabilmente sulle piccole finestre delle abitazioni private (le cosiddette “case addossate”) che si aprono a vista direttamente sulla cortina muraria. È facile, per il cittadino comune, fare confusione e pensare a una responsabilità condivisa o giustificare i ritardi con il classico scaricabarile. Ma la normativa parla chiaro: il Codice dei Beni Culturali e del Paesaggio (D.Lgs. 42/2004) sancisce che la cinta muraria storica appartiene al demanio. Anche in presenza di privati, il paramento esterno monumentale resta un bene pubblico. I residenti devono occuparsi dei propri infissi e del decoro dei davanzali, ma la rimozione delle erbe infestanti e la manutenzione conservativa spettano unicamente al Comune di Viterbo, sotto l’alta sorveglianza della Soprintendenza.
Un invito a rimediare (prima che fioriscano i sassi)
Dall’1 al 3 maggio, Viterbo si prepara ad accogliere l’attesa edizione di San Pellegrino in Fiore. La città tornerà a essere un tripudio di installazioni floreali, pronta a farsi ammirare dai tantissimi visitatori in arrivo. È proprio in vista di questo evento che rivolgiamo un dolce, ma fermo, invito all’amministrazione comunale: voltatevi a guardare Viale Raniero Capocci.
C’è ancora il tempo per programmare un intervento di ripulitura e dimostrare che l’amore per il verde si esprime nelle piazze e nei cortili, e non lasciando che la nostra storia venga letteralmente fagocitata dalle infestanti. Non trasformiamo il tratto più antico della nostra città nell’ennesima installazione floreale involontaria.

