Porto di Civitavecchia, tre condanne per la morte dell’operaio Alberto Motta

CIVITAVECCHIA – Si è chiuso con tre condanne e un’assoluzione il processo di primo grado per la morte di Alberto Motta, l’operaio di 22 anni deceduto il 10 febbraio 2023 durante le operazioni di movimentazione dei container alla banchina 25 del porto di Civitavecchia.

Il tribunale ha riconosciuto la responsabilità penale per omicidio colposo, aggravato dalla violazione delle norme sulla sicurezza sul lavoro, nei confronti di tre imputati, mentre ha assolto il preposto alla sicurezza della Rtc.

Le condanne hanno riguardato l’autista dell’autoarticolato coinvolto nell’incidente, condannato a due anni di reclusione, il datore di lavoro delegato e responsabile del servizio di prevenzione e protezione, che ha ricevuto una pena di un anno e sei mesi, e l’amministratore delegato della società operante nel terminal container, condannato a nove mesi.

Nel corso del dibattimento è emerso che al giovane lavoratore erano state assegnate mansioni senza un’adeguata formazione e in assenza di una corretta valutazione dei rischi. È stata inoltre contestata la mancata vigilanza durante una fase particolarmente delicata delle operazioni di banchina. Alberto Motta rimase schiacciato dal muletto sul quale stava operando, ribaltatosi dopo l’avvio del mezzo pesante, senza che l’intervento fosse stato tempestivamente interrotto o adeguatamente coordinato.

Il procedimento era stato avviato nel gennaio 2024 con un giudizio immediato, disposto dalla Procura sulla base dell’evidenza probatoria raccolta dalla Polizia di frontiera. La madre del giovane, assistita dagli avvocati Luca Vettori e Franco Moretti, si era costituita parte civile insieme al compagno. Sebbene i familiari siano stati successivamente risarciti dalla compagnia assicurativa, hanno scelto di seguire l’intero iter processuale come persone offese.

«Siamo molto soddisfatti dell’esito del procedimento – hanno dichiarato gli avvocati Luca Vettori e Franco Moretti dello Studio Moretti & Fulco Avvocati Penalisti Associati di Roma – perché, al di là del risarcimento economico, la madre di Alberto e il suo compagno hanno voluto essere presenti a tutte le udienze, compresa quella conclusiva. Una scelta condivisa, dettata dal desiderio di richiamare l’attenzione sul dramma, purtroppo ancora attuale, delle morti sul lavoro».