Monarchia, media e fragilità del potere: a Roma il dibattito su “Exit Queen”

ROMA – Nel tempo in cui le istituzioni vengono continuamente osservate, commentate e reinterpretate attraverso il filtro dell’opinione pubblica e dei media, anche la narrativa smette di essere soltanto racconto e diventa una forma di interrogazione del presente. È in questa zona grigia che si colloca “Exit Queen – Scacco alla Regina”, il romanzo che immagina una Gran Bretagna alle prese con l’ipotesi, tutt’altro che neutra, di un referendum sulla monarchia.

A partire da questo spunto si è sviluppata a Roma una serata ospitata negli spazi del Tartarughe Bar Bottega, in Piazza Mattei, all’interno del format “Roma da bere e da chiacchierare”. Più che una presentazione in senso tradizionale, un incontro costruito come una conversazione continua, in cui il libro è diventato il punto di partenza per allargare lo sguardo su temi più ampi: il rapporto tra istituzioni e opinione pubblica, la costruzione della legittimità, il peso della comunicazione nella vita dei sistemi politici.

Il romanzo, firmato da Francesco Spartà, giornalista dell’AGI, e Marco Ubezio, avvocato esperto di tematiche legate alla monarchia, utilizza l’ipotesi referendaria come dispositivo narrativo per mettere alla prova un’istituzione storicamente percepita come stabile. Nel confronto emerso durante la serata, proprio questa stabilità apparente è stata uno dei punti più discussi: ciò che resiste nel tempo non lo fa necessariamente per inerzia, ma perché riesce a rinegoziare costantemente la propria percezione pubblica.

La discussione si è poi spostata sul ruolo della comunicazione e dei media nella costruzione – e talvolta nell’erosione – della credibilità istituzionale. In questo quadro sono stati richiamati anche episodi reali che hanno coinvolto la monarchia britannica, tra cui il caso Epstein, come esempio di come eventi esterni possano incidere in modo profondo sull’immagine pubblica e sulla fiducia collettiva.

Il confronto, guidato dagli autori insieme a Gilda Faleri, Lavinia Orefici, Giovanni Landi e Silvia Roberto, ha mantenuto un andamento libero e discorsivo, lasciando spazio a riflessioni, domande e punti di vista differenti, senza la necessità di arrivare a una sintesi definitiva.

La serata si è così chiusa in modo naturale, quasi senza un vero “finale”, ma con quella sensazione tipica degli incontri riusciti: l’idea che alcune domande non debbano essere risolte subito, perché continuano a lavorare anche dopo, mentre si torna a casa attraversando Roma e i suoi tavoli ancora pieni di conversazioni.