Civita Castellana – Il paradosso Corazza: il camaleonte della sinistra che corre verso la vittoria sulle macerie del centrodestra

Dalle trame del 2013 al caos del 2026: il centrodestra si scinde e regala la partita a un candidato che sa di antico, ma che ha imparato a vincere per sottrazione

CIVITA CASTELLANA – Le elezioni amministrative del 2026 si preannunciano come il capitolo più surreale della storia politica recente. Se la politica è l’arte di unire, ciò a cui stiamo assistendo è un saggio magistrale di autodistruzione programmata.

Da un lato, un centrodestra che ha scelto la “via kamikaze” della scissione; dall’altro, un centrosinistra che si affida a un candidato, Danilo Corazza, la cui parabola politica sembra un romanzo di trasformismo d’altri tempi, capace di far convivere il rosso della falce e martello con le stelle del populismo, il tutto condito da una buona dose di strategia gastronomica.

Il dato politico più clamoroso è la rottura del fronte conservatore. In un momento in cui l’unità sarebbe l’unica garanzia di vittoria, il centrodestra ha deciso di dividersi in due tronconi pronti a darsi battaglia più tra loro che contro l’avversario comune.

Da una parte l’asse UDC, Lega e Forza Italia, che rivendica una vocazione moderata e territoriale; dall’altra, Fratelli d’Italia, che forte dei consensi nazionali non intende mediare sulle leadership locali. Questa scelta appare come una mossa kamikaze: in un sistema elettorale dove la frammentazione punisce chi non sa fare sintesi, presentarsi separati significa regalare il vantaggio psicologico e numerico agli avversari. Non è solo una questione di seggi, è una questione di identità: la lotta per l’egemonia interna alla coalizione sta oscurando le reali necessità amministrative dei cittadini, lasciando un vuoto che qualcuno, astutamente, sta già colmando.

Ed è qui che entra in gioco Danilo Corazza. Per capire chi sia l’uomo che oggi guida il centrosinistra — nonostante venga definito “vecchio” di idee e programmi — bisogna fare un salto all’indietro, precisamente al 2013.

I cronisti dell’epoca lo descrivevano come l’“enfant prodige” di Rifondazione Comunista a Civita Castellana, un politico che però soffriva terribilmente i confini del proprio schieramento. L’articolo di allora rivela un retroscena emblematico: Corazza, stanco dei vertici del PD (non sopportava il sindaco Santini prima, né Angelelli poi), aveva iniziato a “tramare” per un ribaltone che aveva dell’incredibile.

La politica di Corazza è sempre passata per la tavola. Nel 2013, il suo capolavoro tattico fu la celebre “cena di Carbognano” a base di carbonara, organizzata con Massimo Miccini e alla presenza di Massimo Giampieri (esponente di spicco dell’allora PDL, diventato poi sindaco e papà dell’attuale uscente Luca in quota Fd’I), con l’obiettivo dichiarato di spodestare il PD.

Non contento di aver flirtato con la destra pur di far fuori i suoi alleati-nemici di sinistra, Corazza tentò l’approccio con il Movimento 5 Stelle. In un giorno di chiusura di un ristorante locale, davanti a piatti di frittelloni fumanti, cercò di convincere i grillini a formare una coalizione “anti-sistema” che tenesse dentro Rifondazione e SEL. All’epoca era un “disoccupato della politica” in cerca di una poltrona da sindaco, un vice-sindaco a cui il ruolo di secondo stava troppo stretto.

Tredici anni dopo quelle cene clandestine, ritroviamo Corazza incredibilmente al centro della scena. Il paradosso è servito: l’uomo che complottava contro il PD con la destra e i 5 Stelle, oggi è il candidato di quel medesimo centrosinistra che un tempo voleva rovesciare.

Tuttavia, il peso degli anni e delle stagioni politiche si fa sentire. La sua proposta per il 2026 viene giudicata debole, datata, quasi polverosa. Corazza parla un linguaggio che appartiene alla prima o seconda repubblica, fatto di mediazioni infinite e programmi che ignorano le sfide della modernità digitale e della transizione ecologica radicale. Eppure, in questo scenario di “terra bruciata”, la sua candidatura potrebbe paradossalmente risultare vincente.

  • La divisione altrui: Con il centrodestra impegnato in un duello fratricida tra FdI e il blocco FI-Lega-UDC, Corazza può vincere “per sottrazione”, raccogliendo i cocci di un elettorato stanco di guerre ideologiche.
  • Il voto di apparato: Nonostante le sue antiche ribellioni, Corazza conosce le macchine elettorali come pochi altri. Sa dove andare a cercare i voti, rione per rione, frittellone dopo frittellone.
  • L’usato sicuro: In un’epoca di incertezza, una figura che rappresenta la “vecchia politica” può apparire, paradossalmente, più rassicurante di una destra che non sa mettersi d’accordo nemmeno sul nome da mettere sulla scheda.

Se Corazza dovesse vincere, non sarebbe il trionfo di una visione per il futuro, ma il certificato di morte della strategia del centrodestra. Sarebbe la vittoria di un politico che nel 2013 veniva definito “disoccupato della politica” e che ha saputo attendere sulla riva del fiume che i suoi nemici (e i suoi stessi alleati) commettessero l’errore fatale.

Il centrodestra, con la sua scelta kamikaze, sta commettendo un peccato di superbia. Convinti di poter pesare le proprie forze individuali, dimenticano che l’elettore non ama i litigi condominiali. Se FdI e il blocco moderato continueranno a ignorarsi o, peggio, a sabotarsi reciprocamente, consegneranno le chiavi della città a un uomo che ha passato la vita a cambiare casacca, ma che è rimasto fedele a un unico obiettivo: non fare mai il secondo.

Il 2026 potrebbe essere l’anno della “Carbonara 2.0”. Solo che questa volta, a tavola, non ci saranno complotti per spodestare il PD, ma una vittoria ottenuta grazie alla dabbenaggine dei propri avversari. Danilo Corazza, con i suoi programmi “vecchi” e la sua storia da camaleonte, incarna perfettamente la crisi della politica contemporanea: un mondo dove chi ha idee nuove si divide, e chi ha idee vecchie — ma sa come muoversi tra le macerie — finisce per governare.