L’Impero di «Maverick»: da Viterbo ai vertici del narcotraffico romano. La caduta del boss che comandava con i criptofonini

La scalata criminale di Giuliano Cappoli tra narcotraffico, sequestri e colletti sporchi

ROMA – Non si trattava di una semplice banda di quartiere, ma di una vera e propria struttura paramilitare del crimine, capace di muovere milioni di euro, spostare quintali di droga attraverso i confini europei e piegare la volontà dei debitori con una ferocia degna dei cartelli sudamericani.

Al centro di questa ragnatela di potere, secondo quanto ricostruito dall’ordinanza di custodia cautelare firmata dal GIP del Tribunale di Roma, Ilaria Tarantino, svetta la figura di Giuliano Cappoli, un trentatreenne nato a Viterbo ma radicato nel tessuto criminale della Capitale, noto negli ambienti dei criptofonini con il nome in codice di «Maverick».

La genesi di un sistema: il quartier generale di via Flavio Stilicone

Il cuore pulsante dell’organizzazione non era una villa blindata, ma un anonimo appartamento situato al civico 314 di via Flavio Stilicone, nel quartiere Don Bosco. Era qui che Giuliano Cappoli riceveva i suoi fedelissimi, pianificava gli acquisti di stupefacente e ordinava spedizioni punitive contro chi osava intralciare i suoi affari.

Insieme al suo socio storico, Manuel Grillà (conosciuto come «Neymar»), Cappoli aveva dato vita a un sodalizio specializzato nel traffico internazionale di cocaina e hashish.

La forza di «Maverick» risiedeva in una gerarchia rigida, dove ogni membro aveva compiti ben definiti:

  • Daniele Marascio «Chapino»: era l’uomo di fiducia per la logistica pesante. Si occupava di accogliere i camion carichi di droga provenienti dalla Spagna e dal Marocco, supervisionando lo scarico e lo smistamento verso i depositi sicuri.
  • Valerio Troscia «Bombolone»: agiva come contabile e supervisore delle vendite, garantendo che i flussi di denaro corrispondessero alla merce uscita dalle “rette”.
  • Davide Magozzi «Billo»: era uno dei custodi principali. Proprio il suo arresto, con il sequestro di ben 32 chilogrammi di cocaina, segnò uno dei momenti di massima tensione per il gruppo, portando alla luce la caratura economica del sodalizio: una perdita stimata in circa 600.000 euro.
  • Gabriele Galoni «Gasperino»: fungeva da tesoriere itinerante, incaricato di occultare le ingenti somme di contante prodotte dallo spaccio in “caveau” domestici sicuri.

La gestione dei crediti: il terrore tra il Lazio e l’Abruzzo

Il gruppo Cappoli-Grillà non si limitava al commercio; gestiva il territorio con una «riserva di violenza» pronta a scattare in caso di sgarri finanziari. L’episodio più cruento riguarda il sequestro di Alfredo Le Donne, padre di Massimiliano Le Donne detto «Paesano». Quest’ultimo, dopo aver ricevuto 170.000 euro per un acquisto di hashish in Spagna, era sparito con il denaro.

La risposta di Cappoli fu spietata: il 16 febbraio 2021, Alfredo Le Donne venne rapito e portato in una località montana isolata, al confine tra Lazio e Abruzzo. Sotto la minaccia di una pistola alla testa, l’uomo fu costretto a posare per delle fotografie da inviare al figlio latitante, accompagnate da messaggi vocali agghiaccianti: «Se non torni con i soldi, il prossimo sei tu».

Non paghi, Maverick spedì una “squadra di intervento” in Spagna, composta da Andrea Contu «Batman», Alessio Immordino «Il Laziale» e Mario Silenti «Vortice», con l’ordine di scovare e punire il fuggitivo. Durante questa trasferta criminale a Barcellona, il gruppo accoltellò brutalmente un cittadino albanese ritenuto complice della sparizione del denaro.

L’ombra della corruzione: i poliziotti infedeli

Un elemento che emerge con forza dall’inchiesta è la capacità di Cappoli di infiltrare le istituzioni. Due agenti della Polizia di Stato, Luca Pincitore e Danilo Barberi, sono stati individuati come soggetti a disposizione del boss. Invece di contrastare Maverick, i due poliziotti agivano come intermediari nelle sue estorsioni.

Emblematico il caso di Tomica Branilovic, a cui Cappoli chiedeva con la forza 100.000 euro. I due agenti, sfruttando la loro divisa e le loro conoscenze, avrebbero convinto la vittima a non denunciare, dipingendo «Maverick» come un esponente di spicco legato a clan di peso come i Senese, rendendo così le minacce ancora più credibili e paralizzanti.

I numeri del narcotraffico e l’affare dell’oro

Il volume degli affari gestiti da via Flavio Stilicone era impressionante. Le indagini hanno documentato la cessione di 35 chili di cocaina in una singola operazione, con prezzi che oscillavano tra i 16.500 euro per i grandi carichi e i 32.000 euro per le singole unità vendute in zone strategiche come Civitavecchia e Anzio.

Oltre alla droga, Cappoli era diventato un punto di riferimento per il riciclaggio e il reinvestimento di capitali illeciti. L’ordinanza cita un tentativo di acquisto di 5 chilogrammi di oro puro, per un valore di mezzo milione di euro, operazione condotta per conto di Massimiliano Del Vecchio, boss egemone nella zona di Cisterna di Latina. Cappoli, infatti, fungeva da “reggente” esterno per gli affari di Del Vecchio durante i periodi di carcerazione di quest’ultimo, gestendo le forniture di stupefacenti per l’intero territorio pontino.

La tecnologia: il mito dell’invulnerabilità digitale

Cappoli era convinto di poter sfuggire alla legge grazie all’uso di sistemi di comunicazione criptati come Skyecc e Encrochat. Su queste piattaforme, i narcotrafficanti parlavano liberamente di omicidi, carichi da sdoganare e corruzione, sentendosi protetti dall’anonimato digitale. Non sapevano che gli inquirenti erano riusciti a penetrare quelle stesse reti, trasformando i loro messaggi nella prova principale della loro colpevolezza.

Nelle intercettazioni ambientali, «Maverick» emerge come un uomo impulsivo e violento, pronto a minacciare i propri collaboratori con frasi del tipo «Ti strappo il collo» o rivendicando la propria autorità con il pugno di ferro. La sua caduta rappresenta un colpo durissimo alla logistica del narcotraffico romano, svelando un intreccio perverso tra criminalità organizzata, colletti sporchi e una nuova generazione di boss pronti a tutto pur di dominare la Capitale.


La presente ricostruzione è basata sugli atti giudiziari del Tribunale di Roma (procedimento N. 47292/2025 R.G.N.R.). Tutti gli indagati sono da ritenersi innocenti fino a prova contraria e al termine dei tre gradi di giudizio.