Roma, emergenza rifiuti e il grande silenzio della stampa italiana
ROMA – Ci sono notizie che fanno rumore per un giorno, e notizie che non fanno rumore per anni. L’emergenza rifiuti di Roma appartiene alla seconda categoria.
È lì, puntuale come il caldo di maggio, ricorrente come le ordinanze d’urgenza, eppure sistematicamente assente dall’agenda dei grandi media nazionali. Bisogna chiedersi perché.
Le ordinanze che certificano il fallimento
A inizio maggio 2026 il sindaco Roberto Gualtieri ha firmato tre ordinanze d’emergenza per autorizzare un aumento temporaneo dello stoccaggio di rifiuti negli impianti AMA di Rocca Cencia, Ponte Malnome e viale dei Romagnoli (Acilia).
Il provvedimento — valido sessanta giorni, prorogabile — è la traduzione burocratica di una resa: non sappiamo più dove portare la spazzatura, la terremo accumulata sotto il sole estivo e vedremo.
Rocca Cencia ospita già novemila tonnellate ferme. Ponte Malnome altre cinquemila. Ad Acilia ne arrivano millecinquecento (1500) al giorno. Parliamo di rifiuti indifferenziati, al caldo, con tutto quello che questo comporta in termini di odori, liquami, fauna indesiderata, rischi sanitari per le periferie che li ospitano. Undici comitati di quartiere e centinaia di cittadini di Roma est si sono mobilitati contro le ordinanze, gridando quello che sanno da decenni: le periferie non sono la discarica della Capitale.
La colpa della guerra (di nuovo)
La narrativa ufficiale del Campidoglio ha puntato, ancora una volta, sul fattore esterno.

L’assessora Sabrina Alfonsi ha parlato di «straordinaria concomitanza di elementi esogeni». Il sindaco ha evocato le «problematiche logistiche» legate all’attuale contesto geopolitico — la guerra in Iran questa volta, dopo che nella stagione Raggi era toccato ad altri conflitti svolgere la stessa funzione retorica.
Ma la realtà è più prosaica e più imbarazzante. Sono andati in manutenzione, contemporaneamente, impianti che Roma non avrebbe mai dovuto dipendere così totalmente: il termovalorizzatore di San Vittore riceve un terzo in meno di rifiuti romani, Ecologia Viterbo è dimezzata, la Deco in Abruzzo si è fermata, la SAF di Frosinone non adempie agli obblighi contrattuali, Ecosystem a Pomezia ha i suoi problemi. Il sistema era stato costruito — o meglio lasciato costruire — su una dipendenza strutturale da impianti esterni. Quando questi impianti si fermano per manutenzione ordinaria e prevedibile, Roma collassa. Non è la guerra. È l’assenza di pianificazione.
Roma produce circa diciannove mila tonnellate di rifiuti a settimana. Un sacchetto gettato a Trastevere può finire su un camion fino a Civitavecchia, imbarcarsi su una nave e raggiungere il Portogallo o la Turchia, dove altri amministratori lo bruciano per produrre energia.
Il costo di questo viaggio — carburante, logistica, contratti internazionali — lo paghiamo noi.
Secondo i dati del rapporto Green Book, un abitante del Mezzogiorno paga già novanta euro in più di TARI rispetto a uno del Nord, «deficit impiantistico» viene chiamato con eufemismo. A Roma quel deficit non è un’anomalia: è una scelta politica durata decenni.

Un cantiere chiamato futuro (molto lontano)
Il termovalorizzatore di Santa Palomba — il grande progetto di chiusura del ciclo — esiste sulla carta da anni e continua a slittare.
Gualtieri lo aveva promesso per il 2025, anno del Giubileo. Poi per gennaio 2026. L’area è stata consegnata al concessionario RenewRome (guidato da Acea Ambiente) per le attività preliminari — indagini archeologiche, verifiche per ordigni bellici, rimozione di abusi — ma il Procedimento Autorizzatorio Unico Regionale (PAUR) è ancora in corso. L’impianto, da un miliardo di euro e capace di trattare 600 mila tonnellate l’anno, potrebbe essere operativo non prima di settembre 2029. Nel frattempo, Roma brucia — nel senso delle ordinanze emergenziali.
Vale la pena notare che l’impianto è stato affidato ad Acea Ambiente, il che significa che Gualtieri sta sostituendo il monopolio storico di Manlio Cerroni con un nuovo monopolio pubblico-privato. Il problema del ciclo integrato non è chi lo controlla, ma che quel ciclo non è mai stato costruito.
Il silenzio dei grandi media
Ed ecco la domanda che dovrebbe stare al centro del dibattito pubblico: dov’è la stampa?
L’emergenza rifiuti di Roma non è una novità dell’estate 2026. È strutturale, ciclica, documentata. Ogni anno, con il caldo, si ripresenta. Ogni anno viene gestita con ordinanze emergenziali. Ogni anno — dopo qualche articolo locale, qualche protesta di comitato di quartiere — scivola fuori dall’agenda. I grandi quotidiani nazionali la trattano episodicamente, spesso come fatto di colore urbano, raramente come quello che è: un fallimento sistemico della governance di una capitale europea.

Il Rapporto Eco Media 2025 fotografa con precisione il problema strutturale dell’informazione ambientale italiana: l’ambiente entra nei media quando «fa rumore» — clima, energia, impresa, innovazione — ma «la manutenzione lenta delle città» fatica a trovare spazio. La gestione dei rifiuti rientra perfettamente in questa categoria: è lenta, tecnica, poco telegenica, priva di protagonisti eroici o di antagonisti chiaramente identificabili. Non ha la spettacolarità di un’alluvione. Non ha l’urgenza visiva di un quartiere sommerso. Puzza, e la puzza non si trasmette in televisione.
Ma c’è qualcosa di più sottile, e forse più grave, del semplice disinteresse.
Roma è la città dei poteri. È la capitale politica, istituzionale e in larga parte mediatica del Paese. I grandi gruppi editoriali hanno le redazioni principali qui. I direttori vivono qui. Le conferenze stampa si tengono a cento metri da Palazzo Chigi. In questo ecosistema, la narrativa dell’amministrazione comunale tende a circolare con meno attrito critico di quanto accadrebbe altrove.
Quando il sindaco parla di «elementi esogeni» e di «contesto geopolitico», quella formulazione trova spazio nei comunicati e nei lanci d’agenzia senza che quasi nessuno si prenda la briga di andarla a smontare con i dati reali delle manutenzioni programmate.
Non si tratta necessariamente di malafede. Si tratta di qualcosa di più ordinario e più pervasivo: la dipendenza dai canali istituzionali, la riluttanza a rompere rapporti con le fonti, la logistica del giornalismo quotidiano che favorisce le notizie che arrivano già confezionate rispetto a quelle che richiedono inchiesta. E poi, bisogna dirlo, una questione di classe: chi scrive e chi dirige non vive a Rocca Cencia. Non sente l’odore. Non ha i cassonetti stracolmi sotto casa.

(ANSA/MASSIMO PERCOSSI)
Le periferie come zona franca dell’informazione
Le tre aree colpite dalle ordinanze — Rocca Cencia, Ponte Malnome, Acilia — sono periferie. Sono le stesse periferie che da decenni ospitano gli impianti che la città non vuole vedere. Sono le stesse periferie che protestano e vengono ignorate, che eleggono comitati di quartiere che nessun telegiornale intervista, che pagano con la qualità dell’aria e della vita il prezzo dell’irrisolutezza politica del centro.
Il silenzio della stampa su questa emergenza non è neutro. È una scelta, anche quando non è consapevole. Significa che certi quartieri, certi corpi, certi problemi contano meno. Significa che l’emergenza può continuare a essere gestita con ordinanze tampone, prorogabili altri centoventi giorni, senza che nessuno sia costretto a rispondere.
Cosa succederebbe se se ne parlasse davvero

Proviamo a immaginare una copertura giornalistica all’altezza del problema. Significherebbe chiedere conto, pubblicamente e con dati alla mano, di ogni impianto andato in manutenzione «in modo imprevisto».
Significherebbe calcolare il costo per i contribuenti romani di ogni viaggio dei rifiuti all’estero. Significherebbe seguire ogni proroga delle ordinanze come si seguirebbe una crisi istituzionale — perché lo è. Significherebbe intervistare i residenti di Rocca Cencia con la stessa attenzione con cui si intervistano i vertici di AMA. Significherebbe, infine, chiedere al sindaco perché il termovalorizzatore — già in ritardo di anni — non è ancora partito, e quando esattamente si prevede che Roma smetta di esportare i propri rifiuti come se fosse una colonia industriale del dopoguerra.
Nessuna di queste domande è impossibile. Tutte sono, evidentemente, scomode.
L’odore che arriverà

L’estate si avvicina. Le temperature saliranno. I novemila tonnellate di Rocca Cencia resteranno lì, al sole. I quindicimila di Ponte Malnome anche. Ogni giorno arriveranno millecinquecento tonnellate ad Acilia.
L’odore arriverà prima delle telecamere. E quando arriverà — se arriverà — sarà trattato come un’emergenza meteorologica, imprevedibile, sfortunata, colpa di qualcosa di lontano. La guerra, il caldo, la sfortuna.
Non la politica. Non la pianificazione assente. Non il silenzio di chi avrebbe dovuto raccontarlo prima.

