Un focus su un caso in Provincia di Terni. Il ruolo delle Istituzioni e della società affinché la responsabilità della lotta alla violenza sulle donne non ricada soltanto sulle vittime e i loro parenti
Una donna che si lega sentimentalmente ad un uomo che si rivela violento, con precedenti per maltrattamenti in famiglia. Un caso come ce ne sono tanti. Anche se numerarli è difficile, in assenza di banche dati ed evidenze statistiche certe, si sa che in Italia c’è un femminicidio ogni tre giorni. E quella è solo la punta dell´iceberg della violenza di genere nel nostro Bel Paese.
La storia della donna in questione, che rimane soggiogata in quella che oggi chiamano “relazione tossica” o di dipendenza emotiva, si svolge in un’Italia che possiamo definire ancora‘rurale’ per quel che riguarda la concezione della donna. Dove le istituzioni locali non sembrano essere in grado di scorgere il fenomeno della violenza sessista con le sue ricadute familiari, e quindi sociali, nè tantomeno di attuare strategie preventive.
La donna protagonista di questa storia non chiede aiuto né alla sua famiglia, né alle Autorità, e sembra dunque subire l’influenza violenta dell’uomo, sottomessa alle sue angherie e al suo volere.
IL CONTESTO SOCIALE E CULTURALE di provenienza della donna, così come l’ambiente ‘rurale’ in cui è nata la vicenda, è quello della normale e tranquilla provincia italiana. Parliamo di un piccolo centro del comprensorio provinciale ternano dove i ruoli di genere all’interno della famiglia, e della comunità in senso più ampio, sono ancora incentrati su un modello tradizionale in cui è il maschio che provvede ai bisogni economici della famiglia e alla donna è demandata la cura della casa e della famiglia (figli e persone anziane). Un modello sociale e familiare, in cui le donne hanno poco riconoscimento sociale, scarsa indipendenza economica, limitate possibilità di autodeterminarsi attraverso lo studio e il lavoro. Non a caso, il tasso di occupazione femminile in Italia, solo per citare un dato, è del 53% contro una media UE del 66%, e raggiunge quasi l´80% in paesi come la Svezia. In un’ottica di parità di genere, possiamo intendere come realtà ‘rurali’ quelle in cui i ragazzi, fin da piccoli, sono maggiormente spinti e supportati ad intraprendere un percorso di affermazione in ambito scolastico e/o lavorativo. Mentre al contrario, per le ragazze, l’aspettativa è quella di “metter su famiglia”, sposarsi e fare dei figli.
PICCHIATA IN LUOGO PUBBLICO: LA DENUNCIA DI UN FAMILIARE – I familiari, venuti a conoscenza di specifici episodi di maltrattamento e violenza avvenuti in locali pubblici, si rivolgono alle Forze dell’Ordine, visto che la donna subiva la situazione passivamente e non aveva alcuna intenzione di denunciare. Ma è subito nato un problema di carattere “operativo”. Perché se è vero che il reato di maltrattamenti è procedibile d’ufficio e la legge (il c.d. “Codice Rosso”) dice che chiunque, anche una persona diversa dalla vittima, può denunciare casi di maltrattamenti in famiglia/violenza, é anche vero che le norme poi vanno applicate “sul campo”. Anche in contesti dove le caserme sono piccole e il personale a disposizione si conta sulle dita di una mano. In questo caso, infatti, si trattava di procedere su segnalazione di un soggetto formalmente estraneo alla vicenda, che sarebbe potuto essere destinatario di “denunce incrociate” da parte della stessa vittima e del compagno violento. Quindi occorrevano degli elementi per tutelare anche lo stesso familiare-denunciante da eventuali azioni “ritorsive”. A seguito di un confronto e di un’attenta valutazione con gli operatori delle Forze dell’Ordine, è stata presentata formale denuncia-querela e sono stati chiamati a testimoniare coloro che avevano assistito ad alcuni episodi di violenza nei luoghi pubblici frequentati dalla coppia, anche alla presenza della figlia minore della donna, nata da una precedente relazione e ora affidata al padre.
I familiari speravano che, a seguito della denuncia, l’Autorità Giudiziaria disponesse un pronto allontanamento dell’uomo – in attesa del completamento delle indagini – e l’adozione di misure di protezione specifiche per la donna. Il soggetto infatti dovrebbe essere recidivo per violenze e maltrattamenti nei confronti della precedente compagna e per questo già portatore, in passato, di “braccialetto elettronico”. Ma ad oggi la situazione non appare mutata e non sembra essere stato applicato alcun provvedimento all’uomo violento.
IL RUOLO DELLA COMUNITA’ E DELLE ISTITUZIONI LOCALI – I familiari segnalano anche l’assenza di attenzione da parte della comunità e delle istituzioni locali. “Ci troviamo di fronte ad una realtà omertosa – dicono – perché una comunità che viene a conoscenza di casi più o meno gravi di violenza che interessano alcuni suoi componenti, dovrebbe attivarsi e mostrare maggiore sensibilità su queste tematiche. Le istituzioni locali, la scuola, le associazioni che operano nel volontariato o in altri settori sociali, dovrebbero promuovere la conoscenza della violenza di genere e sessista. Occorre prendere coscienza di quali siano i modelli e i comportamenti che configurano una violenza. Ad esempio un marito, o un fidanzato che maltratta o sminuisce la moglie o la fidanzata. La comunità dovrebbe essere attenta affinchè certi modelli non siano giustificati né riprodotti. La violenza di genere va conosciuta e riconosciuta. Bisogna avere il coraggio di nominarla e di agire per prevenire o ridurre le conseguenze e per non lasciare gli uomini violenti impuniti. Quello che manca – concludono – è una rete di supporto, anche nelle comunità più piccole, che possa assistere le vittime e i loro familiari a superare la paura e la vergogna”.

