Romoli il camaleonte arcobaleno, Gasparri il comprimario, Frontini la grande beneficiaria. Nella sede azzurra di piazza della Rocca va in scena l’accordo più prevedibile e più dannoso della politica viterbese degli ultimi anni. Una storia di opportunismo, ambizioni mal riposte e un partito che ha smesso di essere tale
VITERBO – C’è una scena che vale più di mille analisi politiche. Ieri mattina, nella sede di Forza Italia di piazza della Rocca a Viterbo, tre persone si siedono allo stesso tavolo e firmano quello che nelle loro parole diventa un “patto federativo”, un “percorso condiviso”, una “naturale evoluzione” di rapporti già consolidati.
Sono il senatore Maurizio Gasparri, il presidente della Provincia Alessandro Romoli e la sindaca Chiara Frontini. Sul tavolo c’è l’adesione del movimento civico Viterbo 2020 al coordinamento dei sindaci civici di Forza Italia. Nella realtà c’è qualcosa di molto più semplice e di molto più grave: il partito che dal 1994 ha dominato la politica di questa città sta ufficialmente appaltando la propria identità a una sindaca che non ha mai nascosto di stare da tutt’altra parte rispetto al centrodestra.
Chiamatelo come volete. Noi preferiamo chiamarlo con il suo nome: un errore madornale, vestito da strategia.

Il camaleonte di piazza del Plebiscito
Alessandro Romoli è, nella politica della Tuscia, una figura che suscita rispetto — quello che si riserva ai sopravvissuti e agli acrobati. Democristiano quando era il tempo dei democristiani, berlusconiano quando Berlusconi vinceva, ora presidenzialista della Provincia con chiunque gli garantisca di conservare palazzo Gentili. La sua carriera è la dimostrazione vivente che in certi ambienti le idee contano meno delle sedie, e che il senso di appartenenza si misura in termini di convenienza.

Non a caso, alle ultime elezioni provinciali del 14 giugno, Romoli ha scelto ancora una volta di tenere lontana Forza Italia dal centrodestra unito — dalla coalizione FdI-Lega — per correre con una lista ibrida chiamata “Tuscia, centristi, azzurri, civici“, dove il peso specifico degli azzurri veri si è ulteriormente assottigliato mentre cresceva quello dei civici di Frontini. Il risultato? Il Partito Democratico ha vinto le provinciali, conquistando cinque consiglieri. Forza Italia ne ha perso uno rispetto alla tornata precedente. I numeri sono impietosi, ma Romoli ha già trovato la risposta: firmare un altro accordo con chi lo ha appena battuto in combinata.
Gasparri, il senatore in cerca di visibilità
C’era da aspettarsi che a benedire l’operazione arrivasse Maurizio Gasparri, responsabile nazionale Enti Locali di Forza Italia e, per sua stessa ammissione, sempre molto attento al territorio viterbese. Attento lo è, certo — ma forse con l’occhio di chi cerca piuttosto un posto dove essere ancora qualcuno, in un partito che la famiglia Berlusconi sta progressivamente rifacendo a propria immagine, relegando l’ex capogruppo al Senato sempre più ai margini delle grandi scelte nazionali.
Gasparri ha dunque citato l’articolo 75 dello statuto di Forza Italia — quello che prevede la possibilità di stringere “patti federativi” con movimenti compatibili con i valori del partito — e ha dichiarato che il partito esprime “un orientamento benevolo verso la candidatura di Frontini sindaca“. Una frase che suona come una benedizione e vale come una resa. Perché quella dichiarazione preclude, di fatto, qualsiasi possibilità di dialogo con il centrodestra tradizionale in vista delle comunali del 2027.

Vale la pena notare che all’evento era atteso anche il senatore Francesco Battittoni, l’altro grande stratega azzurro del viterbese, impegnato però altrove. Battistoni, che si è assicurato la poltrona senatoriale emigrando nelle Marche, e che nel Viterbese vede ormai la sua parabola discendere in modo così netto che persino figure come l’avvocato Giacomo Barelli — già fido di Filippo Rossi e portatore di un bagaglio di voti non certo travolgente (si narra ne abbia meno delle dita di una mano) — hanno preso le distanze. Il deserto cresce.
Frontini e il calcolo sbagliato
Chiara Frontini ha usato la conferenza stampa con grande abilità retorica. Ha parlato di “percorso maturato nel tempo”, di coerenza, di non voler cadere nel qualunquismo politico, di sindaci civici da Rovigo a Palermo che trovano in Forza Italia un interlocutore. Ha ottenuto l’ufficialità del sostegno azzurro per la ricandidatura del 2027, il passaggio del consigliere Elpidio Micci — eletto con FI e finora all’opposizione nel solo nome, visto che nei fatti la sua opposizione era quanto di più morbido si potesse immaginare — dalla parte formale della maggioranza, e una rimodulazione degli equilibri in Provincia a suo vantaggio.

Ma dietro la tattica c’è un problema di strategia. La sindaca di Viterbo ha costruito la propria candidatura su una supposta terzietà, su una identità civica che si poneva al di fuori degli schieramenti tradizionali. Oggi quella terzietà è un ricordo. Frontini è dentro Forza Italia — non iscritta, ma organicamente federata — e quindi dentro quel peculiare centrodestra che nel Lazio Nord ha imparato ad essere l’alleato più affidabile del Partito Democratico.
I partiti veri del centrodestra — Fratelli d’Italia e Lega — non la sosterranno nel 2027. Lo ha detto la stessa dinamica delle provinciali, dove FdI e Lega hanno scelto di correre insieme, separandosi dagli azzurri. E la dichiarazione di Gasparri non avvicina quell’area, semmai la respinge ulteriormente. Frontini ha cercato un’ancora e ha trovato un galleggiante — utile finché l’acqua è calma, inutile quando arriva la tempesta del voto diretto.
Un partito che non esiste più
La questione vera, però, è un’altra. Ed è la più seria di tutte.
Forza Italia a Viterbo e nel Lazio Nord non è più un partito nel senso proprio del termine. È una struttura organizzativa al servizio della sopravvivenza politica del suo uomo-simbolo locale, Romoli, che da anni pratica con disinvoltura quello che potremmo chiamare il “centrismo fluido“: stare con chi governa, comunque e dovunque governi, purché ci sia un posto anche per lui.

Il prezzo di questa fluidità lo hanno pagato le città. Civitavecchia ha perso le elezioni anche perché il centrodestra si è presentato diviso, con Forza Italia che ha camminato per conto suo. Santa Marinella ha visto il candidato del centrodestra sconfitto al ballottaggio con un margine di oltre 23 punti percentuali — 61,64% contro 38,36% — proprio perché Forza Italia al primo turno aveva sostenuto un’altra candidatura, contribuendo a frammentare il voto. Civita Castellana è tornata al centrosinistra — con Danilo Corazza eletto sindaco con il 58,32% — dopo che il centrodestra si era presentato con due candidati diversi, ed è stato giustamente definito da più parti come il fallimento diretto della strategia romoliniana.
Come ha scritto senza mezzi termini qualche collega, “se oggi la sinistra torna a governare Civita Castellana, gran parte della responsabilità ricade sulla strategia perseguita dal presidente della provincia Alessandro Romoli“. Parole dure, circostanziate, suffragate dai numeri.
Eppure, la risposta a queste sconfitte non è stata la riflessione o il cambio di rotta, bensì l’accelerazione nella stessa direzione: più accordi con i civici di Frontini, meno legami con il centrodestra organico.

L’autogol di chi voleva segnare
Questo patto è presentato da tutti e tre i firmatari come una mossa vincente. Non lo è.
Per Frontini, perché consegna la sua immagine civica nelle mani di un partito che nel Lazio Nord è percepito dall’elettorato di centrodestra come l’avversario interno più fastidioso, e che non porta con sé una massa di voti tale da compensare la perdita di quella terzietà che era il suo marchio di fabbrica.
Per Romoli, perché accelera la crisi di un partito che alle provinciali ha già perso un consigliere rispetto alla tornata precedente, e che ora rischia di diventare irrilevante in una città come Viterbo dove il 2027 sarà una battaglia vera.
Per Gasparri, perché arrivare a Viterbo a benedire un accordo periferico, in assenza del collega Battistoni e con un partito che a livello nazionale vive una stagione di progressiva marginalizzazione, non è il segno di chi conta. È il segno di chi cerca di contare.
Forza Italia ha dominato la politica viterbese dal 1994. Quel partito — quello di Berlusconi, delle battaglie vere, delle grandi mobilitazioni — non esiste più. Al suo posto c’è una struttura che firma patti con la sinistra civica in nome del pragmatismo, perde città importanti in nome della flessibilità e chiama tutto questo “strategia”.
Noi la chiamiamo con un altro nome. E i viterbesi, nel 2027, avranno la loro parola da dire.

