Cordoli in arrivo per garantire la sicurezza dei bike-riders, mentre gli automobilisti faticano a trovare ordine nel caos dell’incrocio
VITERBO – La vernice ha smesso di essere una linea su un progetto ed è diventata realtà d’asfalto. Negli ultimi giorni, fotografie alla mano, a Porta Romana ha fatto la sua comparsa la tanto discussa pista ciclabile. Una vistosa e larga lingua rossa tracciata accanto al marciapiede che costeggia la ferrovia, che a breve verrà delimitata e protetta dai cordoli di sicurezza. Un avanzamento dei lavori che certifica un fatto inequivocabile: lo spazio carrabile si è ufficialmente ristretto, e con esso si sgretola la teoria del “maxi-spazio unificato” rassicurante.
La fine dell’illusione: l’imbuto di Porta Romana
Se nel precedente capitolo di questa saga urbanistica avevamo evidenziato come la “corsia unificata” rivendicata dalla Sindaca Chiara Frontini fosse, per il Codice della Strada, una singola corsia a tutti gli effetti, ora la questione passa dalla teoria alla pratica. L’inserimento della ciclabile ha fisicamente sottratto metri preziosi alla carreggiata. Il risultato? Quell’invito neanche troppo velato ad affiancarsi per “ridurre le code” si scontra oggi con barriere geometriche insormontabili. Gli automobilisti, già orfani della linea di mezzeria e spinti a viaggiare in “file parallele fantasma”, si ritrovano ora schiacciati verso il centro della strada. La confusione regna sovrana e il caos al semaforo è in visibile aumento: lo spazio scarseggia, la paura di urtarsi sale e l’ingorgo diventa la naturale conseguenza di una viabilità non più intuitiva.
Il mistero della ciclabile interrotta
Ma l’imbuto al semaforo è solo la punta dell’iceberg. Osservando il nuovo tracciato rosso, emerge un interrogativo che sta già allarmando chi vive e transita in quel quadrante: dove andrà a finire questa ciclabile? Al momento, la lingua rossa si interrompe bruscamente e nettamente proprio all’altezza del semaforo, affacciandosi sull’incrocio come un ponte monco. Una ciclabile non può terminare nel nulla in mezzo a uno snodo nevralgico, il che apre a due uniche ipotesi di prosecuzione, entrambe foriere di nuove congestioni.
Le due ipotesi (e i due colli di bottiglia)
Se la pista dovesse superare l’incrocio, le direttrici possibili sono essenzialmente due, ed entrambe sollevano pesanti dubbi sulla tenuta del traffico cittadino:
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Verso Piazza Crispi (via Cassia/Istituto Paolo Savi): È l’ipotesi che spaventa di più. Quel tratto di strada ha già subito un drastico restringimento per far posto al grande marciapiede che costeggia le mura storiche. Inserire una pista ciclabile in questa arteria significherebbe sottrarre ulteriore spazio vitale a una strada che già fatica a smaltire i flussi attuali, trasformando il transito delle auto (e soprattutto dei mezzi pesanti e degli autobus) in un percorso a ostacoli.
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Verso Santa Maria in Gradi: L’alternativa è svoltare verso l’Università. Ma anche qui la conformazione urbana non fa sconti. Si tratta di una strada caratterizzata da una “naturale strettezza”, dove l’innesto di un percorso ciclabile protetto andrebbe a strangolare irreversibilmente il passaggio veicolare, azzerando i margini di manovra.
Una programmazione a pezzi
L’amministrazione si trova ora di fronte a un bivio, non solo stradale ma politico. L’impressione che si ha, guardando quella striscia rossa interrotta al semaforo, è quella di una progettazione che procede per compartimenti stagni, senza una visione d’insieme sugli impatti che ogni singolo metro di ciclabile ha sull’ecosistema fragile del traffico viterbese.
In attesa di scoprire quale dei due “colli di bottiglia” verrà scelto per far proseguire le biciclette, una cosa è certa: le corsie di Porta Romana non sono mai state così strette, e la pazienza degli automobilisti non è mai stata così vicina al limite.


